...E il paziente ne fa le spese... e paga il conto!

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In Europa vale sei miliardi di euro, l'8% del mercato farmaceutico complessivo, ed è in crescita costante da diversi anni, perché la maggior parte degli Stati dell'Unione lo incoraggiano e lo agevolano. Stiamo parlando del "parallel trade", il commercio parallelo, un fenomeno che nel comparto farmaceutico è sempre più spesso causa di tensioni e conflitti tra gli operatori della filiera. In Italia l'acme lo si è raggiunto nell'inverno scorso, quando alcune Federfarma regionali denunciarono alla stampa il contingentamento di alcuni prodotti mettendolo in relazione con le esportazioni parallele. Ma polemiche al calor bianco si registrano anche in altri paesi europei: in Francia, dove le rotture di stock si registrano in più del 90% delle farmacie, i titolari accusano i distributori di lasciarle a secco per privilegiare le esportazioni parallele e i grossisti, a loro volta, se la prendono con l'industria che contingenterebbe i rifornimenti per favorire la vendita diretta e tagliare fuori gli intermediari. Al di là Manica, invece, sono i distributori (attraverso la Bapw, British association of pharmaceutical wholesalers) ad accusare le farmacie di fare sempre più spesso "parallel trade". In breve, siamo alla zuffa e questo non aiuta a capire. Meglio allora rivolgersi agli esperti: Farmacista33 è andato a bussare alla porta di Fabrizio Gianfrate, docente di economia sanitaria e farmaceutica alla Luiss di Roma e autore di diversi studi sul fenomeno del commercio parallelo.

Cominciamo da una fotografia del fenomeno: perché e dove? «Il perché è facile: il parallel trade vive sulle differenze di prezzo che gli stessi prodotti hanno tra i diversi paesi europei, differenze in massima parte determinate dal fatto che quello dei farmaci è un mercato iper-regolamentato, dove i prezzi sono amministrati o negoziati. Inoltre molti Stati alimentano e incoraggiano il commercio parallelo, perché così riducono la spesa: in Germania, per fare un esempio, i farmacisti sono tenuti a dispensare ogni anno una quota di farmaci di provenienza estera. Facile rispondere anche al dove: Grecia, Italia e Spagna sono i principali paesi esportatori, Germania e Gran Bretagna quelli che più sovente importano».

È impressione diffusa che in Italia il fenomeno sia in crescita. A quanto ammonta la fetta di esportazioni attribuibile al nostro paese? «Che sia in crescita è indubbio. Difficile quantificare però, il mercato parallelo non consente analisi dettagliate. Si sa per certo che la Grecia da sola alimenta il 20% circa delle esportazioni».

Quanto pesa sul fenomeno italiano l'erosione degli utili subita in questi ultimi anni da distributori e farmacie? «Tantissimo. Credo che a sostenere il parallel trade siano soprattutto i grossisti: mi è capitato di parlare con operatori che hanno ammesso senza mezzi termini di riuscire a sopravvivere solo grazie al commercio parallelo».

È così conveniente esportare? «Tenga presente che chi rivende in un paese estero intasca quasi interamente la differenza di prezzo tra paese d'uscita e paese d'ingresso. E stiamo parlando di differenze anche del 50%. Nel paese d'arrivo il distributore rivende a un prezzo di poco inferiore a quello locale, tutto quello che rimane se lo intasca o lo spartisce con il grossista locale con cui fa intermediazione».

Si dice che in Italia i farmaci costino il 20% in meno... «In media. Ma va tenuto presente che una dozzina di prodotti fa da sola più della metà dell'intero mercato, e in questo caso le differenze di prezzo sono molto più consistenti. Come ho detto, anche il 50%».

E l'industria? «In quasi tutti i paesi, i produttori cercano di contrastare il fenomeno con il contingentamento: danno ai distributori solo quello che, in base ai loro dati, ritengono basti a coprire il consumo interno. Il fatto è che al grossista conviene comunque privilegiare l'esportazione perché il guadagno è maggiore, e così a rimanere a secco sono le farmacie e i pazienti. Ritengo che sia questa la ragione principale per cui il parallel trade non può essere lasciato così libero».

Però l'Unione europea incoraggia la libera circolazione delle merci... «È una questione complessa. Nel 2006 la Spagna aveva provato a introdurre un doppio prezzo: il farmaco destinato al commercio parallelo ne aveva uno, quello acquistato dal servizio sanitario nazionale ne aveva un altro, ovviamente inferiore. La corte di giustizia europea, tuttavia, l'ha bocciato dopo un paio di anni perché i Trattati vietano politiche di dual pricing. Più interessante il caso della Grecia, dove alcuni produttori hanno iniziato a praticare nei confronti dei grossisti una sorta di payback: se il farmaco viene venduto sul mercato nazionale, il distributore riceve uno sconto. I giudici europei, chiamati a esprimersi, hanno preso una posizione ambigua ma non contraria».

Fonte: Farmacista33, 28 luglio 2011

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