Farmacie: un farmacista, collaboratore o titolare di farmacia, per ogni 956 abitanti.

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Abbiamo emesso oggi un comunicato Stampa che evidenziasse l’inutilità delle liberalizzazioni sui farmaci e delle farmacie. Non i soliti slogan in contrapposizione a quelli di tipo populistico/demagogici come spesso avviene, bensì enunciando dati oggettivi che dimostrano non solo l’inutilità ma, soprattutto, la pericolosità di scardinare il sistema farmacia. Prima di esaminare le negatività che le liberalizzazioni, sia quelle già attuate sia quelle che si vorrebbero attuare, comportano, constatiamo che ogni farmacista in farmacia, sia titolare che collaboratore, è disponibile per ogni 959 abitanti. Consideriamo che si tratti di abitanti e non di pazienti, che sono di gran lunga un numero inferiore. L’indicatore della qualità del servizio è di appena il 2% in meno rispetto al 100% e stacca di ben il 6% i medici di Medicina Generale con una frequenza di 1090 (dati 2007 e che si avvicina ad i 1200 oggi) abitanti per medico. Si ringrazia il dott. Adrower per aver concesso la pubblicazione della Sua Tabella (elaborazione dati MMG 2007: Roberto Adrower). Questa capillarità di farmacisti in farmacia ha da sempre evitato che la professione potesse essere inflazionata. Non a caso è dimostrato da varie pubblicazioni che i neolaureati entrano nel circolo produttivo/occupazionale con un massimo di sei mesi dalla laurea, addirittura in molti casi sono considerati come “introvabili” sul mercato occupazionale (fonte ultima, ma non unica, La Stampa). Quindi assolutamente falsa e demagogica è la notizia data da alcuni “Politici” che asseriscono l’esistenza di disoccupazione per i farmacisti. La laurea in farmacia dovrebbe permettere di trovare occupazione anche in ambito di corsia ospedaliera, in correlazione al medico, per una migliore ottimizzazione delle terapie e totale riduzione di errori da assunzione da farmaci, con risparmi notevoli sulla spesa sanitaria e riduzione delle ospedalizzazioni, oltre che importanti altri ruoli. La mancanza numerica di farmacisti attualmente non permette lo sviluppo di questo tipo di attività. Il vero problema, che ripetiamo, non è quello della disoccupazione, è invece quello del salario dei collaboratori della farmacia. Come risulta anche da uno studio comparativo in Europa, pubblicato in questi giorni da una rivista Francese “le Quotidien du pharmacien“ In Italia il salario del farmacista è il più basso dopo la Grecia. E’ qui, infatti, che bisogna intervenire con urgenza, riqualificando il contratto sia in termini economici che di sviluppo professionale, tenendo in considerazione anche le nuove esigenze che il cittadino e la società richiede al farmacista, il vero “Conseiller”, cioè colui che ascolta il paziente sul territorio e nell’intero arco della giornata. Ma bisogna intervenire anche con l’apertura di nuove farmacie per dare maggiore omogeneità nel territorio delle sedi farmaceutiche. Troppi casi in Italia di comuni con oltre ottomila abitanti ed una sola farmacia (anticipazione di uno studio su tutti i comuni Italiani e di prossima pubblicazione). Oppure ritoccare il quorum a portandolo a 3500 abitanti, cosa che comporterebbe un’apertura di circa 2439 farmacie in comuni con più di 800 abitanti. Chi ha fatto la scelta di vita, consapevole di puntare al business nella speranza di una sanatoria o di una legge che trasformasse le parafarmacie in farmacie, scegliendo luoghi e territori certamente redditizi, mette a serio rischio la salute pubblica e l’uniformità del servizio. Una volta dimostrato che il problema occupazionale non esiste, ma è solo demagogico o di interessi personali, cerchiamo di esaminare alcune altre negatività che comportano le liberalizzazioni. In Italia la normativa attuale prevede la vendita fuori canale, anche se in presenza di farmacisti, dei soli farmaci denominati SOP ed OTC (senza obbligo di prescrizione) che vengono considerati ERRONEAMENTE “sicuri” dimenticando troppo spesso che sono pur sempre farmaci (articolo n° 8, "Antidolorifici sotto accusa"), anche se a dosaggio ridotto, e che basta aumentarne l’assunzione per essere paragonati ai farmaci di fascia C con obbligo di ricetta. La banalizzazione del farmaco, e quindi la vendita in canali diversi dalla farmacia, oltre a squalificare il ruolo del farmacista, che ricordiamo essere il “professionista del farmaco” ha indotto l’opinione pubblica a considerare questi prodotti “beni di consumo” con effetti di rilievo e pericolosi per la salute pubblica. Ricordiamo infatti che, proprio di questi giorni la notizia, i bambini al di sotto di 5 anni ingeriscono antiinfiammatori. Asserire che si tratta di errori, così come si vorrebbe far credere, è difficile. La facilità di reperimento di questi farmaci anche in luoghi prettamente commerciali, pur con la presenza di farmacisti, ha contribuito ad abbassare la soglia di attenzione su questi prodotti. Il riscontro di questo che negli ultimi anni stà avvenendo in Italia, lo ritroviamo negli USA, dove i farmaci sono venduti liberamente e dove ogni anno circa un milione di persone vengono ricoverate per intossicazione da farmaci. In Italia lo scorso dicembre il Centro Antiveleni di Verona ha denunciato un incremento di avvelenamento da disinfettanti per errata somministrazione ed uso improprio. Un noto farmaco pubblicizzato era stato ingerito anziché essere usato per uso esterno. Questo indipendentemente dalla fascia di età che varia dai 15 agli 80 anni ed indipendentemente dal livello sociale (effetto banalizzazione). Da queste informazioni bisogna dedurre che liberalizzare la vendita fuori dalla Farmacia, anche se in presenza di farmacisti, ha come effetto misurato e provato quello che viene definito “banalizzazione”del farmaco, con gravi risvolti per la pubblica salute, trasformando il farmaco in bene di consumo. I sostenitori di ulteriori liberalizzazioni, quelle dei farmaci di fascia C con obbligo di prescrizione, non si rendono conto che liberalizzare anche questi farmaci aumenterebbe in maniera esponenziale il fenomeno “banalizzazione”. Un esempio per tutti, tra i farmaci di fascia C sono annoverati anche quelli a base di benzodiazepine, "tranquillanti" per intenderci. Chiediamoci quali effetti devastanti si avrebbe se questi farmaci fossero resi fruibili con maggior facilità per il cittadino. Non vogliamo dare dei numeri a caso, basta leggere le notizie che sono diffuse dai vari centri studi delle comunità scientifiche e ci accorgiamo di quanti allarmi vengono lanciati per abusi di psicofarmaci, specie nei bambini. Certamente il livello culturale anche in campo sanitario si è innalzato, tuttavia una cosa è essere a conoscenza del proprio stato di salute, una cosa è auto-prescriversi delle terapie farmacologiche. Le liberalizzazioni, sotto il profilo etico, sono quindi estremamente pericolose. I fautori delle liberalizzazioni evidenziano un’ipotetica “convenienza economica”, trasformando di fatto in consumatori i Pazienti/Assistiti. Varie associazioni di consumatori, entità economiche della grande distribuzione, politici con interessi personali a queste liberalizzazioni, gridano demagogicamente e populisticamente inneggiando risparmi di centinaia di euro per le famiglie Italiane. I dati reali, aggiornati al 31/12/2010, dimostrano la totale falsità di queste affermazioni. La spesa media annua Italiana dei farmaci SOP ed OTC, quelli già liberalizzati dal 2006 per intenderci, è di 27,3 Euro pro capite (fonte ANIFA 2011).

Le farmacie detengono il 92,8% del mercato a valori. Le parafarmacie detengono il 4,5%. La GDO (grande distribuzione organizzata) detiene il 2,7% (Fonte ANIFA 2011).

I prezzi medi di questi farmaci variano, secondo il canale:

Farmacia € 7,10. Parafarmacia € 6,80. GDO € 5,60.

Dove stanno queste centinaia di euro di risparmio?????? Di cosa stiamo parlando?????? Quanto costa un avvelenamento da farmaci? E, se bisogna ospedalizzare, un risparmio del 20% su € 27,30, e cioè 5,46 euro, è giusto che costi alla comunità almeno 2.000 euro? Ma andiamo oltre. I risparmi goduti dal cliente, che come evidenziato ammontano a 5,46 € anno solo attraverso la GDO, sono aleatori e da “Specchietto per le allodole”. Quanto si spende di benzina per recarsi nei pochi corner, solo un paio di centinaia in Italia? E’ conveniente distruggere un sistema, il sistema farmacia Italiano, che garantisce la presenza di un farmacista in farmacia ogni 959 abitanti? Attenzione, liberalizzare significa andare verso la speculazione economica. Quale farmacista vorrà più sacrificarsi, e sacrificare la propria famiglia, per garantire un servizio al cittadino in zone poco redditizie? Che fine faranno le farmacie rurali, che sono la grande maggioranza e che garantiscono a tutti l’utilizzo dei farmaci, soprattutto alle persone anziane che sono limitate negli spostamenti? Il cittadino paziente che vive in un piccolo centro, dove giammai aprirà una parafarmacia o un corner della GDO perché non remunerativo, non deve avere lo stesso diritto al risparmio che ha un paziente di una grande città? Vengono sempre additate le poche migliaia di farmacie grandi, orientate spesso al consumismo, ma si tralasciano le piccole, che rappresentano circa l'80% del totale. Signori politici, amici giornalisti, andate in una qualsiasi grande città... Milano, Roma, Torino... fatevi una passeggiata a destra o a sinistra rispetto a una grande farmacia, a vostra scelta: troverete almeno altre 10, 20 piccole farmacie che non avete mai visto o della cui presenza non vi siete mai accorti, ma che garantiscono alla popolazione il diritto alla salute.

Il Presidente, Ettore Lembo

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