il presidente di Farmindustria su "il Sole 24 ore"

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C'è un legame vitale e profondo tra imprese del farmaco, innovazione e conoscenza. Quella conoscenza, fondamento del "fare ricerca" e cuore della loro attività, che crea valore anche per il paese, la sua economia e la sua cultura scientifica. Un sistema con un network di eccellenze di livello internazionale, sul quale l'Italia potrebbe e dovrebbe scommettere con convinzione, puntando così sull'economia della conoscenza.

Al centro di questo sistema, che lega istituti di ricerca, università, ospedali, c'è dunque l'innovazione, che anche Farmindustria riconosce nel suo statuto con regole di governance associativa, che premiano la spinta alla ricerca, gli investimenti delle singole imprese e le imposte pagate in Italia. Un valore, quello del settore farmaceutico, di cui non si ha sufficiente consapevolezza. Con 69.500 addetti, tra i più qualificati nel panorama industriale (per il 61% laureati e 31% diplomati), 6.230 addetti alla ricerca e sviluppo, il comparto in Italia determina il 37,4% dell'export a più elevato profilo tecnologico del paese ed esporta il 53% della produzione. Ma come ogni sistema ad alta ingegneria, il settore ha necessità di software di lettura complessi che sappiano coglierne le molte sfaccettature e i collegamenti. Per questo, colpire un elemento del sistema vuol dire destabilizzare equilibri anche lontani, con effetti a breve, medio e lungo termine.

E purtroppo va in questa direzione la decisione del governo di tagliare, con il Dl "anti-crisi", di 800 milioni il tetto della spesa farmaceutica territoriale, superato il quale le imprese del farmaco devono per legge continuare a fornire il 100% dei medicinali richiesti, rispondendo insieme alla filiera del 100% dello sfondamento di spesa. Una misura che peserà sulle imprese, ponendo a rischio le possibilità di sviluppo per nuovi farmaci a "partenza italiana" e il futuro di molti insediamenti, che in questi anni l'industria è riuscita a tenere e a sviluppare generando un export superiore alla spesa interna. Nonostante il peggioramento dello scenario e l'erosione sistematica della redditività, sono infatti molte le aziende nazionali e multinazionali che hanno investito in nuovi centri di ricerca e produzione centinaia di milioni, che si affiancano a quelli per un miliardo in tre anni previsti dagli Accordi di programma. Le nostre industrie non si sottraggono a un prelievo che tenga conto della gravissima situazione del paese, chiedono però che "la quantità di sangue sia proporzionale al circuito sanguigno" e che si studi con il settore come minimizzare il danno. Evitando cali consistenti del gettito e dell'occupazione, e quindi ripercussioni serie anche per il paese.

C'è bisogno di una cultura di governo delle attività di ricerca e sviluppo che sappia vedere i collegamenti tra i continui cambiamenti delle regole e la stabilità necessaria a un settore che vede i frutti dei propri investimenti a 10-12 anni. Senza dimenticare l'esigenza di una razionalizzazione dei costi. E il federalismo può essere la strada giusta per la diffusione delle best practice, con il premio alle regioni virtuose, che responsabilizzano tutte le realtà della sanità, e la sanzione a quelle non virtuose che sfondano la spesa. Le regole del rigore, della correttezza e della coerenza devono valere per tutti. Non solo per l'industria farmaceutica, chiamata troppo spesso a pagare per le inefficienze altrui e per coprire i disavanzi dell'intera sanità. Il settore dal 2007 ha i conti in ordine e dal 2001 la spesa farmaceutica convenzionata è diminuita del 2,4%, mentre le altre voci di spesa sanitaria, che rappresentano l'84% del totale, sono aumentate del 54,6 per cento. Con una spesa farmaceutica convenzionata pro capite che in Italia è più bassa che in altri paesi europei (188,5 euro contro i 265,6 della media Ue).

Aumentare l'attrattività del nostro paese per il settore farmaceutico significa far crescere innovazione, ricerca e occupazione qualificata. C'è necessità di politiche che coniughino spesa pubblica e crescita dell'industria, che è pronta a dialogare con il governo e le regioni per definire soluzioni non penalizzanti che consentano di investire ancora. La Francia e Sarkozy, con l'attenzione all'innovazione sostenibile a partire dal settore farmaceutico, hanno tracciato la via.

L'autore è presidente di Farmindustria.

Fonte: Il Sole 24 ore, 4 luglio 2009 (segnalato nella rassegna stampa dell'AIFA, 6 luglio 2009).

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