Meritocrazia e liberismo (mal) coniugate nel modello di welfare state americano

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Per deformazione personale, dopo aver passato anni a staccar fustelle dai medicinali, evito di apporre etichette distintive alle persone con cui entro in relazione. Mai sospetto ebbi, durante gli studi universitari, di come all'interno della mia categoria professionale ci potessero essere divisioni corporativistiche tese a sottrarsi vicendevolmente risorse e“territorio”. Principalmente esse si originano dall'idea che la titolarità di una farmacia, apice della carriera professionale del farmacista privato, sia spesso immeritata e acquisita dal privilegio. Pertanto il plauso tributato alle idee liberiste di chi vuole un mercato meritocratico senza vincoli, amministrato dalla sola norma dell'autoregolamentazione, trova ampio consenso.

Il singolare paradosso è il rischio d'accentuare, senza leggi, proprio l'ingiustizia sociale che si vuole evitare.

Noto di frequente l'uso della parola“meritocrazia”nella accezione più comune del termine di“merito”. Meritocrazia è una parola che in se racchiude tanti significati, erroneamente sospesi nella consumata frase detta dai genitori per apostrofare i figli svogliati o poco propensi allo sforzo scolastico:“... le cose te le devi meritare”.

Fondamentalmente“la meritocrazia è una forma di governo dove le cariche amministrative, pubbliche, e ruoli che richiedono responsabilità nei confronti degli altri, sono distribuiti secondo criteri di merito e non di appartenenza, familiare (nepotismo e in senso allargato clientelismo) o di casta economica (oligarchia).”E' sensazione comune che la sua carenza porti a un disfacimento dello Stato e della qualità e quantità dei servizi che esso dovrebbe offrire ai cittadini. Michael Young nel suo libro"Rise of the Meritocracy"(1958) usò, per primo, questo termine in maniera dispregiativa ad individuare un sistema sociale in cui il livello gerarchico degli individui era determinato dal proprio quoziente intellettivo e dall'impegno profuso. Malgrado l'origine negativa della parola, tanti reputano il sistema meritocratico un buon sistema sociale in quanto più giusto e produttivo di altri nonché scevro da discriminazioni razziali, sessuali o sociali.

All'opposto i detrattori della meritocrazia argomentano focalizzando l'attenzione sull'aspetto distopico centrale dell'idea di Young, cioè l'esistenza di una classe meritocratica in grado di monopolizzare l'accesso al merito e alle regole sui cui si basa il metodo esaminatore. Capace quindi di perpetuare di conseguenza il proprio potere, status e privilegi.

Quindi di quale modello di stato sociale potremmo discutere con queste premesse? E' possibile far convivere un sistema sociale meritocratico e smodatamente competitivo, quello capitalistico, in simbiosi con uno di natura solidaristica e assistenziale (welfare state)?

Un esempio di modello sociale meritocratico capitalistico, celebrato da molti economisti (e liberisti) come Giavazzi, è quello americano. Dichiaratamente (e apparentemente) schierato dalla parte dei meritevoli, ma non certo dei più deboli! Non a caso c'è da dire, visto che, nel redigere la Dichiarazione d'Indipendenza degli Stati Uniti, Thomas Jefferson, rifacendosi a John Locke (Capitolo Quinto di"Due trattati sul governo"), postulò una società in cui il fondamento di tutte le proprietà è esclusivamente il lavoro esercitato legittimamente dagli uomini, idealizzando una società stratificata per merito e non per nascita o razza.

Per gli Stati Uniti, ex colonia britannica, allora non esisteva alternativa!

Locke sosteneva che l'acquisizione di proprietà non era moralmente sbagliata purché avvenisse attraverso il sacrificio al lavoro e finalizzata a soddisfare i bisogni immediati dell'individuo.

I liberisti però volutamente ignorano e non dicono che in America sono premiati i più forti e non i migliori. Primeggia chi è più dotato in risorse monetarie, relazionali, istruzione e spregiudicatezza negli affari: doti (in particolare le prime tre) possedute da chi è già in alto nella scala sociale.

Nulla di nuovo nel Nuovo Continente rispetto all'Europa, nonostante le buone intenzioni dei padri fondatori!

A far dei paragoni, anche la Costituzione Italiana celebra l'Italia come una Repubblica fondata sul lavoro (art. 1) ove i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art. 3).

Anche la Francia Napoleonica, fondatrice di quella oggi democratica e basata su principi di uguaglianza, fratellanza e legalità, veniva storicamente ritenuta meritocratica. Lo stesso Napoleone (autoproclamatosi imperatore) soleva affermare:"La carrière ouverte aux talents", ovvero la carriera è aperta ai talenti. Salvo poi nominare suoi parenti e amici in posti di comando.

Evidentemente la lealtà al potere era (ed è) un elemento di discrimine più importante del puro merito nelle prestazioni e compimento degli incarichi.

Quanto oggi accade in politica ne è un valido e deleterio esempio.

Anche a considerare altre democrazie evolute, inglobate nel villaggio del mercato mondiale, nessuna è dispensata da forme di pseudo-meritocrazia ove salute, ricchezza e status sociale sono raggiunti attraverso la competizione o, peggio, con violenza e furbizia.

Il potere alimenta se stesso e, quando politico, viene commisurato a quello economico (plutocrazia). E' possibile negare che nel Mondo Occidentale contemporaneo ciò non avvenga? Non è forse vero che multinazionali e governi sono fasciati in comuni situazioni simbiotiche?

Quali allora le soluzioni per poter sostenere un“welfare state”senza necessariamente ricorrere alle“sponsorizzazioni”(carità) private?

Come coniugare il dovere all'elemosina, per chi ha avuto (giustamente) molto, con il diritto all'assistenza pubblica per coloro che hanno avuto poco dalla vita, senza cadere in falsi pietismi e perpetuare le politiche libertarie che hanno determinato proprio quelle discriminazioni sociali che la meritocrazia tecnicamente disconosce?

La cristallizzazione di una comunità in un apparato legislativo equo determina stabilità e consapevolezza di diritti e dei doveri che mal si sposano con la mobilità sociale del capitalismo. In un rapporto di reciprocità di diritti e doveri verrebbe meno il consolidamento degli status se, in linea teorica, il povero può diventare ricco e il ricco povero.

Si tratta allora di accordare l'arroganza dei giusti con la superbia degli ultimi in un'assonanza di sinonimi piena di sottili sfumature. I primi giustamente legittimati dal sistema ad occupare il loro ruolo e gli altri ugualmente desiderosi della stessa posizione gerarchica e pronti a cambiare le regole pur di avere maggiori opportunità per salire di livello sociale. Anche a costo di validare, senza rendersene conto, le storture che osteggiano.

Raffaele Siniscalchi, Movimento Spontaneo Farmacisti Italiani

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